l’ho detto duemila volte, ora l’ho fatto. ho scoperto che niente come fare le cose aiuta a fare le cose.

ricomincio, stavolta da zero. pagina nuova, casa nuova.

goodbye, wordpress.com.

hello, lasignoramaria.net.

duecento anni fa avevo già scritto un post con questo titolo, sospettando che tanto tempo speso a essere ironici corrispondesse poi, nei fatti, solo e semplicemente a tempo passato a dire, ascoltare, guardare, pensare roba brutta e inutile. (non che ciò avesse poi influenzato i miei passatempi favoriti, ovvero dire, ascoltare, guardare e pensare roba brutta e inutile.)

fino a pochi giorni fa i miei capisaldi sul tema erano queste riflessioni e la frase di un amico, che ha sempre cercato di mettermi in guardia dai pericoli connessi al guardare troppo tempo dentro l’abisso: “fanculo lo zeitgeist, maria.”

poi su facebook (sì, facebook, il tremendo facebook, l’inutile facebook – ma, come per le nostre relazioni, siamo responsabili del nostro feed, sappiatelo: se sulla home vi transita solo merda, fatevi un paio di domande.) ho visto un link che citava Foster Wallace sull’ironia. ecco, non ho nient’altro da dire, ma se nei prossimi anni riuscissi anche solo per dieci minuti a vivere secondo l’insegnamento delle parole riportate in seguito, mi reputerei una persona migliore.

David Foster Wallace sull’ironia, estratto da un saggio reperibile in forma intera qui. grassetti miei.

Make no mistake: irony tyrannizes us.

Irony and cynicism were just what the U.S. hypocrisy of the fifties and sixties called for. That’s what made the early postmodernists great artists. The great thing about irony is that it splits things apart, gets up above them so we can see the flaws and hypocrisies and duplicates. The virtuous always triumph? Ward Cleaver is the prototypical fifties father? “Sure.” Sarcasm, parody, absurdism and irony are great ways to strip off stuff’s mask and show the unpleasant reality behind it. The problem is that once the rules of art are debunked, and once the unpleasant realities the irony diagnoses are revealed and diagnosed, “then” what do we do?

Irony’s useful for debunking illusions, but most of the illusion-debunking in the U.S. has now been done and redone. Once everybody knows that equality of opportunity is bunk and Mike Brady’s bunk and Just Say No is bunk, now what do we do? All we seem to want to do is keep ridiculing the stuff. Postmodern irony and cynicism’s become an end in itself, a measure of hip sophistication and literary savvy. Few artists dare to try to talk about ways of working toward redeeming what’s wrong, because they’ll look sentimental and naive to all the weary ironists. Irony’s gone from liberating to enslaving. There’s some great essay somewhere that has a line about irony being the song of the prisoner who’s come to love his cage.

The problem is that, however misprised it’s been, what’s been passed down from the postmodern heyday is sarcasm, cynicism, a manic ennui, suspicion of all authority, suspicion of all constraints on conduct, and a terrible penchant for ironic diagnosis of unpleasantness instead of an ambition not just to diagnose and ridicule but to redeem. You’ve got to understand that this stuff has permeated the culture. It’s become our language; we’re so in it we don’t even see that it’s one perspective, one among many possible ways of seeing. Postmodern irony’s become our environment.

All U.S. irony is based on an implicit “I don’t really mean what I say.” So what does irony as a cultural norm mean to say? That it’s impossible to mean what you say? That maybe it’s too bad it’s impossible, but wake up and smell the coffee already? Most likely, I think, today’s irony ends up saying: “How very banal to ask what I mean.” Anyone with the heretical gall to ask an ironist what he actually stands for ends up looking like a hysteric or a prig. And herein lies the oppressiveness of institutionalized irony, the too-successful rebel: the ability to interdict the question without attending to its content is tyranny. It is the new junta, using the very tool that exposed its enemy to insulate itself.

The next real literary “rebels” in this country might well emerge as some weird bunch of anti-rebels, born oglers who dare somehow to back away from ironic watching, who have the childish gall actually to endorse and instantiate single-entendre principles. Who treat of plain old untrendy human troubles and emotions in U.S. life with reverence and conviction. Who eschew self-consciousness and hip fatigue. These anti-rebels would be outdated, of course, before they even started. Dead on the page. Too sincere. Clearly repressed. Backward, quaint, naïve, anachronistic. Maybe that’ll be the point. Maybe that’s why they’ll be the next real rebels.

Real rebels, as far as I can see, risk disapproval. The old postmodern insurgents risked the gasp and squeal: shock, disgust, outrage, censorship, accusations of socialism, anarchism, nihilism. Today’s risks are different. The new rebels might be artists willing to risk the yawn, the rolled eyes, the cool smile, the nudged ribs, the parody of gifted ironists, the “Oh how banal.” To risk accusations of sentimentality, melodrama. Of overcredulity. Of softness. Of willingness to be suckered by a world of lurkers and starers who fear gaze and ridicule above imprisonment without law. Who knows.

Diciamo che ho scritto il primo post di blog consapevole di essere tale a ottobre 2001 (Jesus Fucking Christ) e diciamo che 12 anni dopo (Jesus Fucking Christ) uno avrebbe tutte le ragioni per ritenere con certezza di avere già scritto quello che sta scrivendo (anche questo post qui). Diciamo pure che ci stanno i commenti invasi dai bot, e che il poco del meglio di me che è rimasto lo sto scrivendo da un’altra parte, laddove per poco di meglio di me intendiamo rantoli brevi (per sintesi quando vogliamo essere buoni, per incapacità di andare oltre quando vogliamo essere realisti) in forma di status, io che cinque anni fa facevo il record di accessi EVAH con un post nel quale dichiaravo che non avrei mai avuto un profilo facebook. (ah ah ah, io. certo.) Diciamo pure che i motivi per chiudere questo blog ci sono tutti, poi a me piace particolarmente dar fuoco alla roba all’improvviso e ricominciare da zero, non torno indietro quasi mai, non sono equipaggiata. In ogni caso, questo blog non chiude. Resterà fermo, parlerà a caso ogni tanto, tipo gli anziani pazzi. (Diciamo pure che ogni volta che scrivo dentro questo quadratino wordpress, ogni volta e ancora, incredibilmente, mi piace. Dovrei farlo più spesso, mi dico prima di pubblicare e dimenticarne l’esistenza per i successivi sei mesi.) Magari nel 2014 si compra un dominio per il suo noncompleanno (te lo immagini? lasignoramaria punto qualcosa! ma è bellissimo! perché non l’ho fatto fino a mò?) e tutta la sua adolescenza la mette in archivio, per ripartire con slancio parlando della sua vecchiaia. Intanto a fine 2013 non pretendo di star parlando davvero con qualcuno (mi fanno molta tenerezza quelli che hanno scoperto i blog negli ultimi anni e che ci credono ancora), ma in fondo non l’ho mai fatto, ho sempre e solo parlato con l’unica persona al mondo di cui temo davvero il giudizio. Moi.

Uscire di casa per andare al cinema nell’epoca dei torrent, dei bluray, ma pure del vod e di youtube, è un’impresa epica. Quando decidi di compierla e nell’incoscienza più totale lasci anche salire le tue aspettative, al 95% vai incontro a delusione sicura, quando non ad amara constatazione del tempo che sarebbe stato meglio impiegare anche senza fare un cazzo, ma almeno comodi sul divano di casa. C’è poi però quel cinque per cento rimanente, che in genere non solo soddisfa le aspettative ma in alcuni casi addirittura le supera, facendo il giro pure un paio di volte, e quelli sono i casi in cui esci dalla sala contento come un bambino, che ti sembra di scendere dalle montagne russe, che hai visto uno spettacolo pazzesco, che sons et lumière non sono stati sprecati invano e semplicemente gettati addosso all’audience tanto per giustificare il prezzo del biglietto. E sono quei momenti, che capitano ormai sempre più raramente, che però ti ricordano quanto cazzo è bello andare al cinema. Io credo che questo sia il compito di un film: prelevarti dalla tua poltrona con la mano gigante di un robottone, e scaraventarti dentro un altro mondo, farti piangere, ridere, restare a bocca aperta. Poi c’è chi ci resta perché non aveva mai visto un uomo richiamare una donna dopo averle detto “ti chiamo io”, chi perché il significato della vita è in un pianosequenza di un quarto d’ora di una palla che rotola verso il mare, chi perché un robot gigante che pista un mostro gigante con una petroliera è la cosa più tamarra dell’universo. Ma bisogna restarci, altrimenti non c’è gusto, altrimenti mi guardo Gambero Rosso HD che mi dà più calorie. (in questo senso, “go big or go extinct” mi pare un ottimo imperativo, e non mi sembra casuale che sia il claim di uno dei pochi film visti ultimamente che mi hanno fatto uscire dalla sala contenta, con la tentazione di rivederlo – magari senza doppiaggio.) (Vabbè, e comunque grazie, Guillermo. Saranno pure tanti, gli scassacazzi che non hai convinto – per lo più poveri cristi incapaci di applicare la sospensione dell’incredulità quelle poche volte in cui vale la pena farlo –  ma Pacific Rim è un capolavoro. )

Per una serie di eventi di cui vi eviterò la narrazione – ho già contattato Jonathan Coe affinché ne faccia una versione 2012 dei Winshaw (o anche Guzzanti perché scriva I Canti dell’Olgiata – Eredità Edition) – mi trovo da qualche mese a centinaia di chilometri dai miei affetti, e cioè il router fastweb, il giapponese Genkai 2, il thai Isola Phuket, la trattoria romana Emilio e la pasticceria Cake and the city. Il problema non si porrebbe (in forma così urgente) se mi trovassi nelle vicinanze di un qualsiasi altro centro altamente urbanizzato, dove chiedere la cocacola light in un bar non comporta fare lo spelling del nome e spiegare che si tratta di una cocacola senza zucchero, dovendo poi aggiungere che sì, la cocacola normale contiene zucchero. Non è tanto per la cocacola light in sé, che si trova facilmente al supermercato anche se a prezzi più alti di quelli del Tigre di viale Liegi, manco la importassero con le navi cargo direttamente da Atlanta. La faccenda è piuttosto riconducibile a una problematica magistralmente espressa in Sex and the city (abbiamo già detto che per ognuno di noi ci sono due o tre serie che hanno espresso tutto lo scibile umano, per me si tratta di satc e dei Simpson) nella stagione in cui Miranda si trasferisce a Brooklyn: you can take the girl out of the city, but you can’t take the city out of the girl. Ora io non so quanto ancora dovrò trattenermi a Moncul- qui, dove anche i Nuvenia sono un acquisto fuori dal comune (letteralmente fuori, infatti il supermercato più vicino, quello dove trovi non dico tutto ma almeno le marche delle televisioni, si trova a dieci chilometri) e dove quando rispondo che il mio cane si chiama Birkin, mi chiedono se è perché “è birikina”. Posso solo cercare di resistere, di fare tesoro di questa esperienza, ammesso che ci sia qualcosa di cui fare tesoro a parte le nuove bestemmie scoperte, e nel frattempo avrei un paio di cose da dire agli esponenti del terziario avanzato che si intrattengono sognando la semplicità e la tranquillità della vita contadina.

(prima di tutto, AIDAN CACCIA IMMEDIATAMENTE QUELLO SCOIATTOLO.)

– In campagna non c’è pace, c’è IL NIENTE. Se dal caos delle vostre metropoli sognate la quiete e la natura, vi invito a seguire la saggezza popolare dei quadretti su pinterest (“if you don’t like where you are change it, you are not a tree”) e a venire qui, in fondo se non siete drogati di cocacola light come me non avrete problemi di adattamento, suppongo che nel vostro amore per la campagna siano già inclusi la consapevolezza della terra, del fango, delle blatte, dei lombrichi arrotolati, del caldo morte d’estate e del freddo becco d’inverno, del buio inevitabile e totale dopo le 18 (e presto dopo le 16), della lontananza nel tempo e nello spazio di qualunque cosa esista nel mondo che conoscete – dagli aperitivi al brunch, dai mezzi pubblici alle edicole fornite (no, non sto parlando di Monocle, penso più a roba tipo Casafacile o La Settimana Enigmistica), dal pagamento col bancomat alle visite mediche per appuntamento. Di braccianti agricoli ne servono sempre tanti e un appartamento in affitto (intero, sì, un appartamento intero) da queste parti costa 350 euro al mese, non vedo cosa ci fate ancora lì a imprecare perché la rossa passa con due minuti e cinque secondi di ritardo o perché la A è ferma tra Ottaviano e Cornelia.

– Il lavoro manuale, quello che “almeno non te lo porti a casa” è UN MASSACRO. Non te lo porti a casa perché quando torni a casa cadi sul letto come corpo morto cade. Non sto lavorando nei campi, ma quando alle undici di mattina ci sono già (e ancora oggi) 30 gradi non serve starci, sotto alla plastica di una serra, piegati in due a tirare su o spingere giù roba, per capire che è un’ammazzata. Basta guardare e sudare per interposta persona. Ho visto gente trasportare mattoni ad agosto, e ho ringraziato Iddio per aver inventato il concetto di sfruttamento del lavoro applicato allo stare seduti su una sedia ergonomica in un ufficio con l’aria condizionata.

(Vorrei andare in giro a urlare DOWNSHIFTING CAGATA PAZZESCA ma i 92 minuti di applausi me li dovrei fare da sola, perché non mi capirebbe nessuno.)

Se siete davvero capaci di fare a meno del cibo a domicilio, dei cappuccini preparati come Dio comanda e del bloody mary (io no, non so se si è capito), vi prego di contattarmi: facciamo a cambio. Ho bisogno dello smog, dei negozi assortiti, dei supermercati grandi, del traffico, del casino, delle bestemmie per il parcheggio, dei film al cinema in lingua originale, dei ristoranti etnici. E poi ho la fobia degli insetti, lucertole e gechi mi terrorizzano, e non sopporto i trattori cingolati alle sei di mattina. Ma magari è un limite mio che non so godermi la vita, eh.

Nel frattempo, mentre aspetto le vostre numerose candidature, applico il metodo “non ci resta che piangere” e nei miei discorsi inserisco quanti più riferimenti possibile alla civiltà, cercando di convincermi che quando esco dalla porta troverò un imbecille in seconda fila che esce dal bar con le briciole di cornetto addosso mentre la macchina bloccata dal suo suv strombazza da quindici minuti, invece di un tumbleweed che rotola silenzioso nella steppa, ricordandomi che tra me e il prossimo chicken tikka masala ci sono ancora un po’ di giorni.

Vent’anni fa esatti usciva Hanno Ucciso L’Uomo Ragno, uno dei dischi più importanti della mia vita, inutile negarlo. Avevo 12 anni e gli 883 sono uno dei pochi gruppi che non ho ascoltato postumi. Ho voluto bene a HULUR, l’ho consumato, ballato e imparato a memoria (nella sua copia legale di backup dell’epoca, su nastro riregistrato sopra a, vista l’età che avevo, probabilmente fivelandia). Uso il termine “imparato a memoria” e non “cantato” apposta: esattamente come altri Dischi Fondamentali, c’erano cose che solo anni dopo ho capito che cazzo volessero dire, questo non mi ha però impedito di cantarle con convinzione, anche quando oltre a non decodificarne il senso non ne capivo neanche l’esatta forma. Espressioni oscure, di origine settentrionale, o tecnicismi da gente che usciva di casa probabilmente un po’ più spesso di me. Per fare qualche esempio:

  • non me la menare
  • batterista di trash
  • gin tonic (non sto scherzando)
  • blues degli Stones
  • margaritas (cfr. gin tonic)
  • una bella storia
  • paranoica
  • deca
  • l’automatico
  • Ticino
  • per il corso a far le CHE? (in vent’anni al karaoke me la sono sempre cavata con la riproduzione fonetica.)

Deca e Ticino come i testi dei Nirvana inventati con traduzioni letterali a fronte nei libri comprati alle bancarelle. Oddio, i modi di dire inglesi e americani ci ho messo un po’ di più ad assimilarli, ma non è questo, è la fiducia con cui canti anche se non capisci, perché istintivamente senti che sono cose che ti appartengono, anche se non hai mai messo piede, né mai lo metterai, in una sala giochi, soprattutto perché l’unica della città, il “Milleluci”, è nota piazza di spaccio, e tu lì non hai il permesso di andarci neanche con la scorta militare, e poi comunque anche le tue amiche ti hanno detto che è pieno di malacarne.

Le traduzioni dei libri comprati alle bancarelle, per inciso, sono solo leggermente meglio di quelle del paginone centrale di Tutto Musica e Spettacolo. E a proposito di Tutto Musica e Spettacolo, lo dovrei annoverare tra le letture che più mi hanno segnato, visto che di “Sulla Strada” non mi ricordo quasi un cazzo mentre dell’intervista agli 883 quasi tutto, compreso il fatto che la Harley 883 era l’entry level, mentre il top di gamma era l’Electra Ultra Glide che costava trentadue milioni di lire.

Io che sfogliavo le pagine di Tutto Musica e Spettacolo sognando gli Stati Uniti e i concerti e uscire di casa la sera. Quando ci penso mi vengono i lucciconi: quant’ero imbecille, quant’ero impreparata, quant’ero ingenua, quant’ero pischella. (Quant’ero meglio.)

L’Uomo Ragno vent’anni fa è stato ucciso per donare la vita eterna alla nostra pischellaggine. E noi per questo gli saremo sempre grati.

casomai qualcuno avesse avuto l’ardire di pensare “la più grande showgirl dell’universo è fuori forma ultimamente”

i titoli alternativi di questo post erano:

– lady gaga, PUPPA.

– cameriere no, sono democratica, facciamo cheerleader. se neri, va bene corista. ah, e comunque Io sono sexy e I know it, non quei pischelli inguardabili.

– fighi questi pezzi, vero? sono tra i singoli più importanti della storia del pop. ah, sono MIEI.

– pensavo a una cosa sobria, intima, un paio di ballerini e qualche candela. che ne dici? TAGLIATEGLI LA TESTA!

– spegnete tutto. (ammesso che ci sia rimasta ancora energia elettrica)

– ce l’hai presente il sarto della carrà? ecco, una roba del genere ma sotto crack, insomma MOLTOH OROH.

– dici che non è sobrio? la sobrietà va bene per i funerali. degli altri.

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