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che miseria!

che miseria!

se sei d’accordo, caro mastella, possiamo fare a cambio. io prendo il tuo stipendio e tu il mio.

se poi qualcuno decidesse di rispondergli in maniera ancor meno ortodossa o semplicemente più violenta, faticherei – sul serio –  a biasimarlo.

la consapevolezza che molte delle cose che farò, da qui ad un mese, saranno “le ultime”, condisce con un pizzico di malinconia questi giorni.
tra un mese vengono a prendersi le casse per il trasloco.
e io:
non ho ancora visto il museo picasso e la casa batllò;
non sono ancora andata a nessun festival musicale;
non ho visitato quasi una mazza dei dintorni;
non ho la minima idea dei documenti da fare o disfare per sancire l’abbandono del paese;
eccetera eccetera.
le uniche cose portate a termine, al momento, sono quasi tutte le casse della sezione “cose”. manca la sezione vestiti, fondamentalmente.
la quantità di oggetti di cui siamo sommersi mi preoccupa, su larga scala, per il livello di entropia dell’universo.
non sono capace di selezionare: o butto tutto, o tengo tutto.
la mancanza di mezze misure, mi dicono da fonti obiettive, è tipica del mio modo di fare, in molti aspetti della vita.
manicheismo derivato da cosa? pigrizia, mi risponde la fonte. è molto più comodo dicotomizzare, anche grossolanamente, piuttosto che fermarsi a guardare le vere differenze tra i casi particolari.

non avevo mai pensato all’equazione pigrizia-estremismo, ma nel mio caso ha senso, senza dubbio.

(poi a vedere Casa Batllò ci sono andata. al Museo Picasso etc etc, no. i documenti sono stati tutti disfatti regolarmente. i festival musicali, never covered, nessuno di loro. e anche in quel caso, PIGRIZIA is the answer. sulle origini, poi, di questa pigrizia, prima o poi aprirò un’inchiesta- deve esserci un motivo, un’origine, una causa scatenante, una spiegazione. ma, come sempre, la domanda è “sei sicura di volerla sapere?”)

sono passati tanti anni (8 quasi. minchia.) da questo bannerino qui sotto e dalla pagina cui punta.

banner del movimento per leliminazione del tanga dal vestiario femminile. by signoramaria, allepoca conosciuta come asha/fatakarabina. circa 2002.

(banner del movimento per l’eliminazione del tanga dal vestiario femminile. by signoramaria, all’epoca conosciuta come asha/fatakarabina. circa 2002.)

continuo ad essere una fiera detrattrice dell’indumento intimo che il traduttore di “invisible monsters” di pahlaniuk ha chiamato

filo interculare

piuttosto, come ho sempre detto, senza niente.

ma adesso è arrivato il momento di evolversi, e dirigere la lotta verso altre brutture dell’estetica femminile. no, non sto parlando delle infradito col tacco. quelle le ho già trattate. non si tratta di un indumento. ma di un trattamento che, per cattivo gusto e mondo estetico di riferimento, eguaglia il tanga.

french manicure is the new tanga.

quindi, amiche, sorelle, qui decreto ufficialmente il nostro nuovo oggetto d’odio e avversione, la nuova mania da rimuovere, da bandire. ho forse aspettato un po’ troppo a muovermi, ma lo ammetto, speravo non prendesse piede. lo speravo, anche dopo aver visto che aveva, effettivamente, preso piede, anzi piedi, i piedi di una mia collega di lavoro. avrei dovuto capire che non era la follia estiva del momento.

comunque, non è troppo tardi. possiamo ancora fare qualcosa, noi tutte, insieme, adesso. diffondiamo il verbo. coinvolgiamo le nostre estetiste. facciamo in modo che questa usanza barbara cada nel dimenticatoio.

per un’estetica estetica.

qualcuno si sarà accorto che c’è qualcosa di sinistro nel rispondere “in questa città si vive benissimo” quando ti chiedono “come va il lavoro?”

(bozza del 16 gennaio 2008- si vede che mi trovavo bene al lavoro, nel 2008, eh)

come sempre, stiamo spolverando per voi.

stiamo ancora spolverando per voi.

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