i colossi di roma, tris di bruschette trippa, coda, coratella. bir&fud. foto di roma-gourmet.net

i colossi di roma, tris di bruschette trippa, coda, coratella. bir&fud. foto di roma-gourmet.net

lo sapevo, sabato scorso non dovevo andarci, lo sapevo. ora non riesco più a togliermele dalla testa.

sarà che quando si è tanto presi da qualcosa, sembra di rivederlo da tutte le parti. ma non mi ero mai accorta dell’impressionante numero di canzoni che parlano della dieta.

La lontananza sai è come il vento,
che fa dimenticare chi non s’ama
è già passato un anno ed è un incendio
che, mi brucia l’anima.
Io che credevo d’ essere il più forte.
Mi sono illuso di dimenticare,
e invece sono qui a ricordare . . .
a ricordare te

pensò lei, mentre addentava la bruschetta ricoperta di trippa. (ndr: in realtà è già passato un mese. fosse stato un anno probabilmente avrebbe anche pianto, mangiando la bruschetta.)

questo è il motivo per cui tutto dovrebbe scorrere via e non restare mai, mai da nessuna parte, perché è improponibile che ti ritrovi a sfogliare un diario, aprire un cassetto, una scatola, un armadio, la pagina dieci del tuo album di flickr – e trovi delle cose che neanche ti ricordavi di avere, e da una parte dici “ahah, ma guarda”, e dall’altra dici “ma sono cretina? ma perché l’ho lasciata qui, a imperitura memoria di come non sarò mai più?”. nell’ansia del non saper scegliere MAI cosa buttare e cosa no, facciamo così: io agirò a caso, senza particolari accorgimenti, né per conservare ossessivamente, né per cancellare ossessivamente. quello che resta, resta.

(e ti ritrovi a sperare in un incendio che spazzi via tutto, in un FAIL della memoria di qualche server che dimentichi tutto quello che non hai il coraggio di buttare anche se sai che non ti servirà mai, che non lo riguarderai mai.)

poi però le rivedi, tutte quelle cose, e dici “no, non potrò mai separarmene.” robba mia, vientene con me.

coe

dal flickr della signora maria, cinquemiliardi di anni fa. (jonathan coe, ovviamente.) la pecetta è sul nome “Maria”, all’epoca ero un po’ paranoica. [adesso invece sono enormemente migliorata, chiaro.]

[ah, ho già scritto questa cosa dell'ansia della memoria e degli oggetti in altri trenta modi diversi, forse neanche tanto diversi? maddai, non me lo ricordavo]

nell’ultimo mese ho assistito a 4 matrimoni, 2 veri e 2 in una serie tv, che poi è la stessa cosa perché quando segui una serie da tanto e qualcuno si sposa è come se si sposassero amici tuoi.

ho pianto a tutti e quattro. se poi vogliamo metterci anche i film, allora ho pianto a tutti e cinque. ecco i premi.

miglior location, miglior ciucca, miglior post-festa, menzione speciale per pianto da ingresso sposa in poi, selezione “un certain regard” per l’ansia che avevo già da una settimana prima e la preoccupazione per il meteo manco fosse il matrimonio mio: M e D, coppia di amici.

miglior buffet, migliore sistemazione al tavolo con ottime nuove conoscenze, peggior parcheggio con salto di inizio della cerimonia: S e S, cugina e sposo.

miglior entrata in chiesa, migliore doppia celebrazione delle nozze, miglior pre-party: Jim e Pam Halpert, The Office.

miglior storia d’amore prima del matrimonio: Carl e Ellie Fredricksen, Up.

miglior officiante del rito*, miglior cerimonia, migliori intrighi pre-nozze, premio speciale “non me l’aspettavo ma ho pianto tantissimo”: Rufus e Lily Humphrey.

*per chi non lo sapesse stiamo parlando di Kim Gordon, non so se mi spiego. (riceve automaticamente anche il premio “OMMIODDIO urlato più volte durante la celebrazione”)

una vita spesa (male) a (non) capire la differenza tra “preoccuparsene” e “occuparsene”.

è abitudine consolidata, soprattutto in questi ultimi anni, identificare napoli con l’immondizia e i napoletani il colera.

non mi dedicherò a smentire queste equazioni, perché non mi interessa lavare la testa all’asino. soprattutto quando l’asino è del nord e porta un fazzoletto verde legato al collo. nemmeno se l’asino siede nell’europarlamento, in quello italiano e, beato lui, in quello padano.

a quell’asino col fazzoletto verde, quello che uscito dalle aule parlamentari frequenta le frange più estremiste della tifoseria padana, però voglio dedicare un messaggio scritto con la sua stessa grafia. ma senza errori di battitura.

il documentario di vincenzo marra, “estranei alla massa” non è soltanto la storia di un gruppo di tifosi. è sopratutto un racconto sulla napoli vera, quella lontana mille miglia dai riflettori e dalle bugie della televisione. quella napoli, quei napoletani, di cui tutti quanti sembrano dimenticarsi ma che poi in fin dei conti è quella che lavora, lotta, si arrangia onestamente e alla fine della storia ne esce ammaccata, delusa, ma, tutto sommato, viva.

ecco, cari amici, ricordatevelo bene: potete offenderci, derubarci, umiliarci, emarginarci, ma non potete piegarci.

non abbasseremo mai la testa e non cederemo. né alla tentazione di rispondere nè a quella di mollare.

nella vita, come sugli spalti.

ne avevo già parlato l’anno scorso qui. il mercato predittivo è un gioco adorabile, e non soltanto perché contiene la parola “mercato”, radice di “mercatino”, una delle mie grandi passioni.

funziona che c’è una specie di borsa (altra parola che ADORO), in cui compri le azioni dei titoli che ti interessano di più, laddove i titoli sono relativi all’ambito prescelto per il mercato. ad esempio hollywood, compri titoli di attori e film, le quotazioni salgono e scendono come nelle borse, e gestisci il tuo portafoglio secondo l’andamento di attori e film nello show business.

bene, adesso c’è il mercato predittivo di xfactor.

la geniale idea è stata quella di applicare la logica del gioco al mio programma televisivo feticcio. come resistere alla febbre della borsa? come non accaparrarsi subito le azioni di Marco, Chiara, Silver? come non fare di tutto per far scendere quelle dell’odioso Damiano, e dell’insopportabile Sofia? come non essere sulle spine per decidere se scommettere o no sulle Yavanna? appunto. io lo sto già facendo. ed è una droga.

in confronto, il mio solitario fanta xfactor è roba da pischelli.

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