di fronte al supermercato c’erano dei ragazzi col tipico banchetto firme/soldi, tutti con la pettorina dell’UNHCR. erano in-schivabili e nonostante il mio sguardo fisso a terra, sono stata agganciata. nei tre secondi che avevo a disposizione ho pensato alla migliore strategia per tagliare subito corto e allontanarmi in fretta senza dar loro soldi, non perché non sostengo la causa, anzi, più che altro perché ultimamente non è che le riserve auree siano in buone condizioni. (e l’oscar per l’eufemismo va a…)

“ciao!”
“ciao, scusa, vorrei davvero aiutarvi, ma sono disoccupata.”
(cosa che tecnicamente è vera.)
“ah, e che lavoro facevi?”
“la pubblicitaria.”
(anche in questo caso non ho mentito.)
“vuoi lavorare con noi?”

ecco, lì ci sono rimasta. l’ho guardato tre secondi e mi sono resa conto che, se avessi accettato, quello sarebbe stato probabilmente l’unico lavoro utile che avrei mai fatto in tutta la vita. pagato male ed esposto alla maleducazione della gente come me. ma utile, utile davvero.

dev’essere per questo che ho detto di no.

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