l’upper east side romano, in teoria, è questo. questo qua dove vivo io. fin dall’età della ragione, ho sempre avuto un’odio feroce per questa zona: sarà perché la sera e nei giorni festivi ci sono i rotoloni rotolanti della death valley. sarà perché alle medie sono stata traumatizzata dalle mie compagne di classe fighe, col reggiseno e i vestiti firmati, che mi prendevano di mira giornalmente. sarà perché una volta ho avuto una specie diciamo di tresca con uno che abita(va?) in zona, ed è stata la più bugiarda e patologica persona con cui sono mai stata, anzi, l’unica persona patologicamente bugiarda con cui sono mai stata. sarà perché a un certo punto per tornare da una parte, in macchina, devi fare il giro del mondo, perché c’è un grande parco in mezzo che rompe le scatole. o sarà perché la gente, quando sa che abiti in questo quartiere, ridacchia e dice “ah, ma allora sei fighetta”. sarà perché non c’è uno straccio di negozio decente, in qualsiasi fascia di prezzo, o un cinese o un giapponese, o un kebabbaro, o un indiano.

poi me ne sono andata. poi sono tornata. e, vittima di alcune mutazioni genetiche maturate negli ultimi anni, tra cui il feticismo per scarpe, borse, e vestiti, la lettura di “donna moderna”, “vanity fair”, e “casafacile”, i tacchi a tronchetto, il filo di perle, e il tailleur (leggasi: “imborghesimento galoppante irreversibile unito ad una demenza senile in arrivo a larghe falcate”), mi sono fermata a pensare.

“oddio, ma se questo è l’upper east side, allora forse è figo. magari ci incontro della bella gente vestita da dio come in gossip girl. magari gente interessante come chuck bass, maligna e controversa, con un carattere complesso e da romanzo. magari c’è qualche serena van der woodsen in giro che può portarmi a qualche premiere, sul red carpet, così posso sfoggiare le mie jimmy. e magari posso fare del gossip di alto livello, feroce, disincantato, acido e anche un po’ alcolista, con qualche signora dell’alta borghesia, invecchiata bene, elegantissima, perfetta, che sa preparare un bloody mary ad occhi chiusi.” “ma sì”, mi sono detta, “magari è un quartiere fantastico. perché devo sempre rinnegare tutto, riscopriamo le nostre origini.”

quindi sono uscita di casa, con gli occhi aperti e pronti a ricevere tanta alta moda e tanta bellezza, savoir faire, lusso, cattiveria. tanta maledizione da dire “cazzo, però è veramente hip vivere qui!”. e sono andata in giro. e in giro, e in giro, e in giro. ho camminato per viali, mi sono fermata a bancarelle di borse di marca false, considerando anch’esse fuori budget per me, e traendone la conclusione che se pure il pezzotto costa tanto, qui, evidentemente deve veramente essere un posto upper class. e allora, ancora più fiduciosa, ho continuato a camminare, con passo sempre più elegante, deciso, diciamo da passerella, una passerella di persone sovrappeso vestite un po’ a caso, ma sempre una passerella. “sto imparando”, mi sono detta, “e per osmosi grazie all’eleganza e alla classe degli altri, anche io diventerò così.” magari più magra, snob, magari truccata e forse anche pettinata meglio. un po’ come le nerd della scuola, che alla fine del film si sciolgono i capelli, tolgono gli occhiali, e diventano prom queen, reginette del ballo. e io una regina andavo cercando, la mia queen blair da rispettare, mandare a cagare quando serve, e onorare con la mia presenza quando mi invita alle fighissime cene a casa sua, zeppe di ricchi magnati ed intellettuali pronti a riconoscere la mia incredibile sagacia, offrendomi un posto da redattrice in un prestigioso giornale, sulle cui colonne potrò finalmente occuparmi di “costume”, ovvero qualsiasi minchiata mi sovvenga. mi vedevo già col carlino al guinzaglio, Braulio Rodriguez, il MIO carlino (che non esiste ma ha già un nome), al parco con le signore a discutere di quale spazzolino e quali setole sono meglio per spazzolare i denti di questo cane così delicato e così favoloso anche come complemento d’arredo.

e invece, dopo tante peregrinazioni, ho visto solo niente. niente, e le solite facce di culo. le solite abbronzature orrende; le solite macchine da buzzurro; le solite cravatte larghe cinquanta centimetri; le solite borse solo ed esclusivamente di vuitton, monomarcate ossessivamente come un pilota di formula uno, quasi che se non ci fosse scritto LV da tutte le parti non si palesasse il valore della borsa; i soliti biondi finti; la solita ineleganza; la solita arroganza da palazzinaro che dal suo loft decide la mala sorte degli sfigati in periferia, con casa vicino a un grande centro commerciale ma senza metropolitana per muoversi e senza servizi. le stesse facce di culo: le stesse che ho sempre visto qua, e in altre località vacanziere dove mi hanno costretta ad andare in età giovanile. insomma, in dieci anni non è cambiato un cazzo, e io ci ho provato, ad apprezzare questo quartiere, a vederne il lato positivo. e invece fa schifo, sotto tutti i punti di vista. neanche ad essere snob, riesce. è questa la scandalous life of rome’s elite? che palle!

a suo favore, c’è da dire che questo quartiere offre momenti di svago impagabili, come la lettura della pubblicazione mensile interamente dedicata alla zona, una freepress che adoro da sempre, e che non manco mai di recuperare in uno qualsiasi dei punti di ritrovo di zona. o come conversazioni indimenticabili a base di osservazioni argute del tipo “ma quei profughi proprio davanti al club med dovevano sbarcare?” o “ma non è possibile che stuprino le donne bosniache, sono troppo brutte!”.

però dall’upper east side della città mi aspettavo molto, molto di più. malvagità, scandalo, corruzione morale come dio comanda, inquietanti segreti nascosti nei caveau delle banche, dialoghi da “dallas”. basta guardare le foto delle feste alle discoteche del centro, ai locali finto-milanesi, alle inaugurazioni, per capire che non ci siamo proprio.

conclusioni: continuerò ad odiare questo quartiere, e a trarre diletto dalla lettura della freepress di zona, così come dalle conversazioni di alto livello. ma è stata veramente una delusione. io volevo farmi assimilare, e non c’è stato verso.

che palle. provi a farti reclutare dal lato oscuro, e scopri che il massimo dell’oscuro è l’abbronzatura da lampada. che palle, che noia, che barba.

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