Cominciamo con un link.

Chi ci conosce sa già che siamo discretamente insani di mente. Che – quando il Napoli era in serie ci – prendevamo il treno da Milano per andare a vedere la partita, di pallone. Che – quando vivevamo a Barcellona – prendevamo l’aereo per andare a vedere le partite al San Paolo. E che – quando non prendevamo l’aereo – passavamo la domenica pomeriggio collegati allo streaming di questa webtv.

Chi ci conosce sa già che la domenica pomeriggio (o anche sera, o anche il sabato sera o pomeriggio e alcune volte anche il mercoledì sera) trasformiamo il salotto in un tempio e la tv in un altare. Che sotto l’altare c’è la maglia numero sette di Lavezzi e sulla poltrona, maniacalmente ordinati sempre nello stesso posto, ci sono telecomandi sigarette e cellulare. Insomma con la sciarpa – comprata per noi e nostro padre – seguiamo la partita con Lavezzi.

La partita, la guardiamo su Mediaset Premium col commento del tifoso. Nella fattispecie Raffaele “Si gonfia la rete” Auriemma – una specie di Carlo Pellegatti napoletano, l’uomo che ha generato una pletora di soprannomi indimenticabili. Ne cito uno solo: Kamasutra Protti. Perché? La mette dentro da ogni posizione.

La partita la guardiamo con lui, perché è un rito, una sorta di piccola scaramanzia – che risale ai tempi di Maradona, tra l’altro. La guardiamo con lui anche perché quando Lavezzi prende il pallone, parte dribbla e tira, per esempio, Auriemma dice: “Lavezzi prende il pallone, fa una finta da ritiro della patente, lascia partire un razzo e rischia il daspo. Quando se ne va, Lavezzi non lo trovi nemmeno su Facebook! Salite sulla giostra partenopea, amici, il divertimento è gra-tis!”

Ma torniamo al nostro link. La canzone di Lavezzi (di Luca Sepe) è significativa, secondo me. Per un paio di motivi almeno. Intanto perché sancisce definitivamente il passaggio dall’era post-Maradona all’era Lavezzi.

No, fate un attimo una pausa. Abbiamo detto proprio questo. Sociologicamente parlando è una transizione epocale. Un po come quella tra il postmoderno e la glocalizzazione.

Il fatto che abbiano dedicato una canzone a Lavezzi è significativo almeno quanto il numero di magliette vendute. Non che i napoletani abbiano dimenticato Maradona, chiaro. Ma è il segno di un cambiamento profondo. D’altra parte diteci uno tra Rincon, Quiroga, Sesa, Husain, Montezine, di cui innammorarsi. Vabbeh… lasciamo perdere.

Ma ascoltate il testo della canzone: “è venuto da lontano lui è, è sudamericano lui è, e mo’ è napulitano”. Non vi dice nulla? Queste parole sono un potente investimento simbolico, la metaforica staffetta tra il pibe e il pocho. Che poco più avanti è sancita definitivamente: “pure nu bellu guaglione, l’erede di Maradona lui è”.

Osserviamo: Maradona era “curt’ e mal’ ‘ncavato” (basso e brutto). Lavezzi è “pure un bel ragazzo”. Il tifoso, cosciente del “tradimento simbolico” del calciatore-totem, inconsciamente esorcizza il rimorso affermando che Lavezzi è anche esteticamente gradevole. Fino al punto da generare un’orgasmo (calcistico ovviamente): “non voglio essere volgare ma mi attizza quando mette il pallone nella rezza” (la rete). Il tifoso ha ceduto, il signore del rito orgiastico domenicale è oramai Lavezzi. L’incoronazione è avvenuta.

Adesso l’attribuzione di responsabilitá: “e cresce la speranza della gente, che fino ad oggi non avuto niente”. A Lavezzi, come a Maradona, si affidano le sorti di un popolo, il riscatto sociale e morale di una città che cresce nelle gesta dei suoi miti. Finanche il risultato del pasto domenicale: “anche il mio ragù della domenica è più interessante”. Il sacro che si unisce al sacrale. Guardiamola da due lati: la presenza metaforica di Lavezzi rende il rito alimentare della domenica ancora più gustoso oppure il prodigio di Lavezzi rende più buona anche la solita minestra?

Per questo non abbiamo una risposta. O meglio è una risposta personale e non ve la daremo. Ma, colmi di speranza e con il tovagliolo macchiato di ragù, aspettiamo la prossima domenica.

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