Ieri sera, come ogni anno qui in Spagna, era la vigilia di San Juan. Per chi non lo sapesse è la festa che unisce due delle manifestazioni più radicali della tamarraggine globale: capodanno e la spiaggia.

Immaginate l’ultima notte dell’anno, però con un caldo boia e la spiaggia a quattro passi. Ecco, ci siete vicini. Gli spagnoli (come da stereotipo) non festeggiano la fine dell’anno, ma l’arrivo dell’estate. Lo fanno con due giorni di ritardo, tutti in spiaggia, in costume, sparando petardi, sotto effetto di emmediemmea, ballando anomicamente in un chiringuito, fino alle sei del mattino (alle sei bisogna liberare la spiaggia, dicono gli altoparlanti, perchè vengono a pulirla). Fin qui niente di trascendentale, effettivamente – se non vogliamo considerare trascendentale la nostra ultima scoperta: lo spacciadore di mdma con i capelli di demomorselli e il cappello a forma di torta di compleanno, prontamente ribattezzato emmediemomorselli (che ovviamente come tutti i racconti da fattoni la mattina dopo non fa ridere…)

Torniamo sul pezzo. Il solstizio, come la fine dell’anno, è un rito pagano. Infatti, se noi a fine anno buttiamo la robba vecchia dalla finestra (calendari, vestiti, in qualche caso radicale anche tazze del cesso) gli spagnoli non sono da meno: organizzano pire colossali sulla spiaggia (in alcuni casi anche al centro della strada) e bruciano la robba invernale.

Ecco, ieri sera, per non essere da meno, mi sono liberato del peggiore incubo del mio inverno catalano. La mia tessera di CATSALUT (il modo che ha Dio per dirti che la tua vita è nelle sue mani, cito testualmente le parole di asha) è finita tra le fiamme della prima hoguera che abbiamo incontrato sulla spiaggia.

Con lei se ne sono andate in ordine sparso e senza alcun rimpianto:

quattro ore di attesa al pronto soccorso chirurgico di un sabato pomeriggio per farmi ricucire la gamba sinistra (i medici poverini erano a pranzo);

tre mesi di peregrinazione per farmi diagnosticare un’ernia del disco (“faccia sei mesi di piscina, torni e vediamo cosa è successo”);

la gastroenterite di asha che poi due giorni dopo era appendicite e quindi s’è trasformata in peritonite (diciotto ore per fare una radiografia e le analisi del sangue quindi decidere di operare d’urgenza);

un’attesa di quattordici ore per sapere che la febbre di asha, no non era uno strascico dell’appendicite (anche in quel caso attesa infinita per un’ecografia e le analisi del sangue);

e soprattutto la dottoressa di base M****E S**O (dio le piaghi la vita di malattie incurabili a lei, i suoi familiari, i familiari dei familiari, dei familiari dei familiari eccetera) che mi ha risposto “se ha fretta può sempre rivolgersi ad un medico privato” dopo il secondo mese di attesa per vedere un traumatologo.

Questa invece me la tengo ben stretta, e spero che non sia bruciata tra le fiamme ieri notte: al primo che mi parla di come sono civili in Spagna, al primo che mi dice come sono moderni e come sono meglio di noi, in questo e quello, al primo, lo giuro, gli metto le mani in faccia.

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