fissazioni comprese.
ho già riprodotto in loco e in lingua tutti i miei allegri hobby: la collezione di spot orrendi, lo zapping impulsivo con propensione per programmi televisivi orrendi*, la tendenza a imparare a memoria canzoni pop orrende, l’ammirazione per personaggi orrendi, l’amore per particolari (orrendi) della cultura popolare, insomma la solita sindrome di stendhal nei confronti dell’industria culturale più zozza, nelle accezioni più nazionalpopolari democristiane e massmarket del termine. livello supermercato, insomma. la stagista cambia lingua ma non livello culturale, d’altra parte vorrei ben vedere. è quindi ovvio che anche qui abbia immediatamente identificato i miei jingle preferiti. un jingle, per definizione, e ci tengo a dirlo, è arrangiato anni ’80. primo, perché i jingle veri, quelli che tutti conoscono, sono vecchi. secondo, perché un jingle moderno non funziona. si sa. i jingle sono come le preghiere, si depositano nella memoria subcosciente e stanno lí, in attesa di essere riscoperti, parole e accordi che la gente non sapeva nemmeno di ricordare. questo molti potrebbero interpretarlo come segno tangibile della pessima influenza della pubblicità e del consumismo etc etc etc nelle nostre menti, ma non è cosí.
i jingle escono dal contesto pubblicitario e entrano a far parte della cultura popolare. delle cose che tutti conoscono. della storia di un paese.
io non lo trovo triste, come non trovo tristi i pandori o i panettoni, il carosello, i servizi del tg sui saldi, le poesie imparate a memoria, le sigle dei cartoni animati, le canzoni di mary poppins e di tutti insieme appassionatamente. non so, è cosí.
i jingle sono la parte più onesta della pubblicità, quasi infantile, e per questo ingenua. i jingle sono difficilissimi da fare. e sono in tutto e per tutto un’altra estensione della potenza della musica.
questo panegirico per dire che c’è un jingle qui che esce ogni anno a natale, spot di un torrone, il cui testo, con musica tipo classica e cantato tipo lirica, dice “tornaaaaaa a casaaaaaaaa per nataleeeeeeeee”, e lo sto cantando ossessivamente da due settimane.
i miei colleghi se la prendono sul personale, dicendomi che non dovrei prenderli in giro, ed è difficile spiegare loro che a me piace sul serio.
vabbè, comunque, voi immaginatevi una ex stagista ora redactora, che va dal salotto verso il bagno in corridoio, cantando. si ferma in mezzo al corridoio e dice.
“alle volte sono talmente ossessiva che mi scasso il cazzo da sola.”
risate.
applausi.
:)

*in verità qui non ci sono programmi televisivi peggiori. casomai migliori (comicità più libera, telegiornali più approfonditi, tv locali con un livello di qualità nei programmi e nella produzione impressionanti). la media dei format internazionali è identica: milionario, pacchi, ot, eccetera. compreso ovviamente grande fratello. però ad esempio a grande fratello sono molto, molto, molto, molto, molto, molto più tamarri e sboccati. si vede che non c’è il vaticano.
o il moige(questo si nota anche dal tipo di serie che mettono in prima serata e dal rispetto che portano per l’ordine delle puntate e per l’orario di programmazione).per esempio, l’evento di due settimane fa, nella casa, era che mentre due facevano robba sotto le coperte, lui ha perso la palletta del piercing intimo.
lei è scesa dal letto e si è messa a saltare. a gambe aperte. urlando “esci”.
niente.
scene dal confessionale di lei in lacrime che chiede un medico.
stacco.
lui che ritrova la palletta in mezzo alle coperte e con la palletta in mano si abbassa il pantalone per rimetterla a posto. pero da dietro la coperta non si vede niente. grazie a dio.
ovviamente, grande fratello va in onda nell’unica rete italiana di spagna.
telecinco.

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