il mestiere del pubbicitario nell’epoca della sua riproducibilità narrativa

filmografia:
“what women want”, n. meyers, 2000
“l’ultimo bacio”, g. muccino, 2001
“casomai”, a. d’alatri, 2002
“come farsi lasciare in dieci giorni”, d. petrie, 2003 (titolo originale “how to lose a guy in ten days”)

le domande con cui iniziare a trattare l’argomento sono tante, e tante anche le probabili e scontate risposte.
chiedersi il perché alcune commedie romantiche abbiano un personaggio della coppia che fa il pubblicitario è quasi una domanda retorica: è un mestiere figo, patinato, scanzonato. e gli ambienti in cui si svolge realmente o realisticamente sono perfetti contenitori per le storie. il discorso si amplia al terziario interno, cfr. “c’è posta per te” o anche solo il fatto che la donna di mattiu mecconeghei nel film di donald petrie citato poco sopra faccia la giornalista.
il terziario è un’area di lavoro allegra, divertente, piena di gente simpatica e soprattutto carina, vestita alla moda, casual ma elegante, aspirazionale ma vicina, coinvolgente.
in questi film le persone passano sulla loro postazione di lavoro il dieci per cento delle loro giornate: e il loro lavoro consiste quasi sempre nel realizzare la prima stronzata che gli viene in mente: trattisi di campagne pubblicitarie, articoli giornalistici, invenzioni di prodotto, e so on.
così, i protagonisti delle vicende hanno un sacco di tempo a disposizione per complicarsi la vita sentimentale, cercando modi eclatanti e divertenti per risolverla.

ma la domanda è un’altra.
è veramente vero che nel terziario, di base, il lavoro consiste nella prima stronzata che ti viene in mente?
le notti mie e di chi mi sta accanto passate al desco delle lacrime urlano di no, le pagine appallottolate volate dalla finestra volteggiano di no, le seghe elettriche dei direttori creativi stridono di no.
è questo un preconcetto?
oppure è come il sergente istruttore?
vedi full metal jacket e pensi che il sergente istruttore “checche e tori” sia una simpatica macchietta.
vedi ufficiale e gentiluomo e pensi che hanno copiato.
vedi tutti gli altri film in cui c’è un sergente istruttore e ti convinci che forse in america, o in tutto il mondo, i sergenti istruttori e i loro corrispettivi esteri sono veramente tutti così. è documentario. non narrazione. non fiction.

nel caso del pubblicitario, credere al metodo del sergente istruttore vorrebbe dire ammettere che noi neo-minatori siamo gli unici ad essere rimasti fregati.
d’altra parte mi sento di considerare seriamente il preconcetto e l’ignoranza nel caso del cinema italiano, non di quello americano.
è pur vero, però, che d’alatri e muccino in pubblicità ci hanno lavorato.
indi per cui questa è l’idea che hanno di noi quelli che fanno la creatività vera, quella che non dovrebbe essere finalizzata alla vendita di alcunché.
indi per cui l’industria culturale pensa che il terziario produttivo sia una manica di imbecilli incompetenti perennemente in preda a crisi ormonali e sentimentali, permesse dalla enorme quantità di tempo libero concessa da un ingranaggio lavorativo fondato sulla faciloneria.

amici, a me non è mai successo, e non l’ho mai visto succedere. non esistono i pubblicitari che entrano trionfanti nell’ufficio dicendo “COPRITI DI GLASSA! ECCO LA CAMPAGNA!”. almeno, non in questa decade.
che l’immagine della pubblicità si sia impressionata sulla pellicola dei luoghi comuni negli anni 80, d’altra parte, è cosa certa.
ed è anche il motivo per cui chi non è nel settore osanna e ammira noi fighissimi.
un po’ per i film.
un po’ per il luogo comune degli anni 80.
un po’ perché, diciamocelo, è umanamente inconcepibile che qualcuno spenda più di dieci minuti a pensare come convincere il prossimo a comprare e mangiare una mortadella.

se è per questo, sarebbe anche umanamente inconcepibile modificare i propri piani esistenziali, in funzione di tale mortadella: annullare weekend. spostare vacanze. saltare cene.
e se proprio non vogliamo parlare di mortadella, parliamo anche di scarpe da ginnastica, che tanto non cambia molto.

però, amici, è così.

ed è per questo che è imbarazzante parlare di questo lavoro, ed è per questo che fa innervosire vedere fabio volo che interpreta un art director.

tanto non interessa a nessuno vedere una cultura così settoriale rappresentata nella sua effettiva realtà: è veramente una cosa per iniziati.
quindi, tanto meglio il luogo comune.
chi se ne frega di uno sfigato che lavora per due giorni interni intorno a tre parole e poi si sente dire che deve ricominciare?
chi se ne frega?
ma lui per primo, questo sfigato, se ne frega?

forse i registi hanno ragione.
siamo una manica di cialtroni.
nottate o no, facciamo un lavoro ridicolo.
e allora, meglio pensare che si possa essere attorniati da meg ryan e mattiu mecconeghei, piuttosto che di faccelunghe che hanno passato la notte in bianco.

continueremo a non riuscire a spiegare ai nostri genitori cosa facciamo esattamente.
continueremo a sentirci a disagio quando guardiamo la pubblicità insieme ad i nostri amici d’infanzia.
continueremo a sopportare le occhiate di superiorità del marketing delle aziende, quando chiedono “fateci per domani anche un’altra proposta, tanto non è un problema, no?”

no no.
come la vuole la pizza?
mezza con le cozze, un quarto quattrostagioni e un quarto quattroformaggi ma senza gorgonzola?

nessun problema.
eccola.
come titolo, avevamo pensato a “copritevi di glassa”.
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