all you need is envy
la nobile arte dell’invidia nell’era dell’arredamento di interni

la protagonista del nostro saggio quando era più giovane giocava a The Sims sul computer.
il suo Sim, tale Donnie Almalonga, faceva una vita di merda.
lavoro, dormire, lavoro, dormire poco, lavoro, dormire pochissimo, lavoro, dormire quasi niente, lavoro, addormentarsi per terra, in excelsis deo.
mai tempo per: buttare la spazzatura, ascoltare musica, vedere gli amici, esercitarsi per l’autostima allo specchio, andare al cesso, mangiare, fare acquisti, eccetera, in excelsis deo.

la signorina mai poteva immaginarsi che la sua scarsezza nell’organizzazione della vita di un Sim fosse un chiaro sintomo della sua scarsezza nell’organizzazione della vita tout court.
eppure le sarebbe bastato voltarsi ed osservare la moquette polverosa, le pareti nascoste dai fogli, i libri nascosti dalle scarpe, i letti nascosti dai vestiti, i lavandini nascosti dalle stoviglie.
certo, direte voi, era tutto nascosto, come faceva a vedere?
e forse avete ragione.

in ogni caso, oggi la nostra amica ha preso atto, eh. e mentre si districa tra la difficoltà di mettere insieme i verbi lavorare dormire pulire mangiare uscire bere comprare andare al cesso lavarsi etc etc etc, un po’ si maledice per la sua incompetenza, e un po’ cerca di accettarsi, con tutta la sua pigrizia, e a volte la supera e scopre che tutto si può fare, basta volerlo, e che costa più fatica andare in ansia perché devi fare qualcosa piuttosto che prendere e farla. e un po’ si sente in colpa per non essere molto capace.

ma è qui che entra in gioco l’invidiometro.
perché la nostra amica frequenta gente di alto livello, tutti architetti inside.
e quando va a trovarli, dopo due settimane di tentativi disperati di prendere appuntamento, persa tra un impiccio e l’altro, non può fare a meno di serrare i denti grugnendo.
dio santo, pensa, ma come cazzo fate voi ad essere sempre in giro, sempre a cena fuori, sempre a bere, sempre vita sociale, sempre cinema, sempre teatro, sempre letteratura, sempre vestiti bene, sempre nei posti giusti, sempre con la gente giusta, sempre in ordine, e avete sempre casa pulita, col letto fatto, il lavandino sgombro, e i muri pieni di artworks con le cornici giuste, le foto giuste, i titoli giusti sulle copertine giuste, i portaceneri giusti, la musica giusta, i soprammobili giusti, il bagno splendente, e un’aura di rispettabilità etica, sincerità, candore, ordine e splendore dentro e fuori.

la protagonista li odia, vorrebbe vederli morti, vorrebbe avere lei quello che hanno loro, invece di tutto il resto. li invidia e cerca di metterli in cattiva luce con se stessa, ma non ce la fa. sono troppo simpatici e onesti. non può proprio biasimarli.
e allora vorrebbe chiedere loro come fanno. per prendere esempio.
per avere finalmente anche lei una vita open space: luminosa, spaziosa, sempre in ordine.

improvvisamente capiamo il ruolo di “mattia” dei fantastici cinque: ecco cosa cacchio è un life designer.

datene uno alla nostra amica, perpiacere!

si ringrazia alessandro piperno per il termine “invidiometro”: ci fa ridere il fatto che lui l’abbia usato parlando di “lunar park” di easton ellis. dicendo pressappoco “appena iniziato a leggere easton ellis l’invidiometro è subito schizzato alle stelle”. beh, calzante. massimo rispetto alla sincerità.
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