Un villaggio vacanze simbolo della borghesia benpensante.

Una famiglia modello, con due personaggi chiave: il padre, liberale, e la figlia prediletta, intellettuale in erba.

La storia si sviluppa dal crash tra il mondo ovattato e felice della pingue ricchezza americana e le precarie condizioni del proletariato, rappresentato dai lavoratori sfruttati e sottopagati del reparto animazione del villaggio.

Un vero e proprio microcosmo al contrario: gli animatori hanno le loro case, le loro regole. Vivono lì.

Cioè, sopravvivono. “noi dobbiamo guadagnarcelo il pane, sai.”

Un cattivo totale: il figlio del proprietario del villaggio. L’incarnazione del porco capitalista, borghese e bigotto.

La figlia prediletta si innamorerà del capo animazione, grezzo ma buono dentro.

Il padre, liberale ma non troppo, si trova a contatto con i suoi limiti mentali e li supera, in nome dell’uguaglianza di tutti, belli e brutti, ricchi e poveri (matia bazaar, pooh, ron e anche mango).

La figlia così entra di diritto nell’età adulta.

“nessuno può mettere baby in un angolo”

il malefico figlio del proprietario viene poi smascherato e mazziato a dovere.

uno scorcio di inusitata sagacia e profondità.

che si chiude con una scena magistrale in cui tutti, finalmente, possono ballare il mambo insieme.

dirty dancing. altro che ken loach.

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