embeh.

correva l’anno venerdì sera scorso, una giovane ragazza leggermente sovrappeso ma tuttavia piuttosto avvenente, non di quelle che dici “simpatia personalità” ma piuttosto magnetismo totale, col suo incedere elegante si destreggiava tra drink autoprodotti, conversazioni ad alto volume e colonne scanalate dipinte di rosso in un gigantesco loft all’ottavo piano di un palazzo. la bella, abbigliata con un paio di jeans ed un corsetto nero piuttosto contenitivo che intelligentemente occultava le sue deformità rendendole formosità, divideva i suoi minuti tra pista da ballo improvvisata e balcone, escludendo il quarto d’ora in totale sommato dalle volte in cui si è dovuta riallacciare la fascia viola in testa recuperata da un fantastico foulard di seta grezza, che fa taaaanto etnico. erano tutti vittime dello stesso incantesimo, che trasforma qualsiasi ritrovo in una festa di agenzia. la colonna sonora era la stessa che la accompagnava ogni giorno nella sua postazione lavorativa, dato che l’art direction musicale era di uno dei due art che inqui(li)na il suo ufficio.

nel preciso istante in cui si era capito che il festeggiamento volgeva al termine, la nostra topona decideva di recarsi, sempre elegantemente, al piano di sopra a recuperare i giubbotti e i caschi adagiati sul letto di uno dei padroni di casa, inquilino di due uffici più a destra del suo.

quindi guadagnava le scale. una lunga scalinata di giganti listoni di legno massello, senza balaustra, il che la costringeva a scalarla a quattrozampe, data la sua instabilità da stanchezza.

oh, insomma, arriva al piano di sopra e sette passi prima della stanza la coglie un dubbio.

“minchia ma vuoi vedere che in camera mo’ (mo’. espressione centromeridionale italiana che vuol dire “adesso”. deriva dal latino “mox”.) ci sta qualcuno imboscato? ma no dai, che cazzo pensi. cianno trentanni tutti qui, è mica na festa del liceo.”

e naturalmente, appena si affaccia alla camera, vede due gambe che pendono dal letto, e altre due, invece, inginocchiate sul letto. il resto dei due corpi erano, diciamo, well melted together. e il corpo sottostante, di impronta piuttosto maschile, era quello del malefico pischello del terzo anno della scuola di creatività frequentata un anno e mezzo prima. apriti cielo!

la bella, topa ma sensibile, si ricorda l’ennesima volta del triciclo in terza fila e sperando di non essere stata notata si ritrae qualche spigolo più in là ad escogitare un piano.

intanto improvvisamente si ricorda una cosa.

rewind.

ad accoglierla era stato un altro coinquilino di due uffici più in là. abbigliato da lotattore di taekwondo, giusto per l’occasione, sai il famoso detto “fight for your right to party”. il giovane, le aveva detto, guardando nella sua busta delle galeries lafayette che conteneva il vino omaggio per la sera:

“aooooohhhh ma che hai portatoooooo! hai sbajato tuttoooooo! dovevi portà questo!”

mostrandole una bottiglia di zedda piras.

AAAAHHHHH

MA ALLORA TUTTO E’ CHIARO.

(apertura del capitolo in cui la figa si spiega il motivo per cui ad una festa di trentenni con casa per scopare ci sono due che sinfrattano nella camera del padrone di casa come un college movie)

ERA ZEDDA PIRAS!

perché se lo apri, in un posto a caso del mondo, la gente tromba.

non lo sapevi?

adesso sallo. lo dice la pubblicità.

e quindi, prestodetta la soluzione.

scendere al piano di sotto.

sincerarsi che lo zedda sia chiuso.

parlare con un’account dell’agenzia e spiegarle la situazione. l’account prontamente risolverà tutto, facendo da ariete all’avvenente fanciulla nel recupero delle giacche e dei caschi. perché l’account è amica del malefico pischello eh.

perciò alla fine di questa favola abbiamo capito che:

la pubblicità di zedda piras non è affatto una minchiata orrenda senza senso gratuita e di cattivo gusto. lo zedda piras funziona veramente così.

le account servono a risolvere i problemi. basta che non si tratti di advertising, brief o marketing.

beh, per essere una festa di pubblicitari, è stata utile.

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